Il treno della speranza

Il treno della speranzaIl momento non è dei più sereni. Un po’ dovunque, tra la gente, in metro’, nei negozi, di ritorno da frequenti spostamenti per lavoro su e giù per l’Italia, lo stato d’animo che recepisco e’ quello di smarrimento, un generale pessimismo sul futuro in generale e una totale mancanza di prospettive per il nostro Paese.

Anche stamattina, in treno di buon ora per Bologna, l’atmosfera che recepisco e’ la stessa. Tra i passeggeri, a partire dal mio vicino di posto, le consuete discussioni del lunedì mattina in merito alle partite del week end hanno lasciato alle chiacchiere sull’attuale instabilità politica post-elezioni, la scommessa per quando si tornerà nuovamente alle urne e se l’Italia uscirà dell’Europa. Esauriti questi argomenti, si passa ai bollettini di guerra che elencano aziende messe male o che stanno per chiudere. Insomma in questo breve viaggio di sorridere o star sereni non c’è proprio speranza. Neanche un accenno di sole che dal finestrino fa presagire una giornata meno grigia a cui l’inverno ci aveva abituati riesce a portare un pò di positività al tenore delle conversazioni.

E invece, inaspettatamente, dopo solo venti minuti dall’inizio del viaggio, il mio scompartimento può già definirsi il “vagone della speranza”. C’è Stefania una bella e formosetta ragazzotta di 29 anni che, dopo essersi laureata in lingue cinque anni fa, aver collaborato con progetti a termine (mai rinnovati) con tre aziende diverse, ha finalmente trovato una nuova opportunità di lavoro in un’azienda svizzera nel settore della cosmesi. Ha iniziato da una settimana e sta andando in fiera a Bologna dove la nuova azienda espone i suoi prodotti. Tante speranze, una nuova iniezione di positività e motivazione ma nessuna certezza: il contratto che le hanno proposto è di soli sei mesi.

Fabio, il mio vicino di posto, si chiama come me. E’ un signore di mezza età quasi mio coetaneo. Lui ha però un aspetto decisamente più vecchio e trascurato. Un diploma in ragioneria è entrato quasi subito in azienda perché orfano di padre e non ha fatto il militare. E’ da sei mesi senza lavoro dopo aver lavorato per oltre trent’anni nella stessa azienda. Ha fatto però della sua esperienza professionale un piccolo tesoro decidendo di proporsi come un consulente specializzato nel marketing degli acquisti ad alcune aziende emiliane che operano nello stesso settore in cui operava la sua stessa ex azienda che nel frattempo, il mese scorso, è fallita.

Carlo, che ci siede di fronte è un timidissimo ingegnere bresciano. Laureato al Politecnico di Milano, classe 54, è stato dipendente di un’azienda lecchese che produce componenti per il settore elettrodomestici. La sua azienda ha delocalizzato tutta la produzione in Turchia e in Cina e così lui ha perso il posto. Scende a Bologna per andare a Ferrara. Ci va per incontrare un imprenditore che fabbrica piccoli macchinari per il settore agricolo. E’ un colloquio di lavoro nel quale Carlo si propone come libero professionista per riorganizzargli la fabbrica ridurre gli sprechi e aumentare l’efficienza.

Diventare imprenditori di se stessi e’ lo spot del momento e la regola del gioco da qui agli anni a venire. E così probabilmente varrà per i nostri ragazzi.

E’ da un pò che rifletto su un punto: se consideriamo come principale differenza tra l’essere dipendente, perseguire la ricerca del “posto fisso” oppure rimettersi sul mercato come imprenditori di se stessi quella legata a una maggior sicurezza sociale e una garanzia economica (i dipendenti ricevono mensilmente la busta paga, indipendentemente dal risultato dell’azienda a fine mese) questa differenza si sta sempre più assottigliando. Oggigiorno non c’è in effetti un ragionevole scenario che ci consenta di prevedere come sarà il domani e se questo sarà esente da rischi o meno. La crisi finirà prima o poi, ma come ne usciremo e con quali modelli d’impresa è ancora tutto da vedere.

Ancor più un dipendente non può più sentirsi oggi sicuro circa il fatto che tra qualche anno sarà ancora a lavorare nella stessa azienda e conservare il proprio posto di lavoro.

Quello che voglio far notare è che oggigiorno la differenza tra il rischio di lavorare come dipendente (dirigente o impiegato) e quello di lavorare come dipendente si è ridotta di molto. Perché allora non incentivare e stimolare le persone a rimettersi in gioco anziché diffondere solo e soltanto bollettini di guerra ?

Lorenzo, il tassista che mi conduce dalla stazione al luogo di appuntamento e’ molto attento e aggiornato sulla politica economica nazionale. Non ricordo per quale circostanza ma dopo minuti dall’inizio della corsa anche qui il discorso scivola subito sul futuro del Paese. D’un tratto, nel bel mezzo della discussione mi interrompe e mi scruta accigliato dallo specchietto retrovisore. “Lei si occupa di pubblica amministrazione ?” Mi chiede il nerboruto tassista. Lo rassicuro subito: “No, guardi faccio tutt’altro.” “ Mah pensi”, mi dice Lorenzo, “la settimana scorsa stavo portando un’assessore all’aeroporto e questo inizia a spiegarmi che siamo messi male per colpa del nostro debito pubblico e che la riduzione di questa spesa deve essere il nostro principale obiettivo. Ah caro mio, a questo punto non ci ho visto più e gli rispondo all’assessore: Eh no signori belli, (l’uso del plurale opportunamente scelto da Lorenzo era per potersi rivolgere a tutta la classe politica, indistintamente), quella roba lì non dovete mica chiamarla così. Quello è un debito che avete fatto voi e che è vostro, non è mica pubblico cioè di tutti…. Perchè a pagare siamo sempre noi. Io tutti i mesi il mio debito con la banca lo pago, così come mi pago la bolletta della luce, del gas, le spese condominiali, quelle del cellulare…. Non chiamiamo debito pubblico quello che avete fatto voi. Perché la gente deve pagar debiti, imposte, tasse senza mai poter vedere o percepire un punto d’arrivo ?”

Il buon Lorenzo e’ concitato. Fa il pelo a una stradina che si impervia nella collina bolognese. Da lì vedo il Rizzoli, l’ospedale ortopedico. Lo calmo per non correre il rischio di finire giusto a quel pronto soccorso nel caso, non così tanto remoto, che perdesse il controllo della macchina.

Nel viaggio di ritorno a Milano, sul treno, non smetto di ripensare a Lorenzo alle persone che ho conosciuto e a molti dei miei amici che avendo perso il lavoro si sono messi con la valigetta in mano a vendere la loro professionalità come consulenti, a inventarsi un lavoro, anzi, meglio due. Domani riparto per Padova. Non so con chi avrò il piacere di viaggiare, che tipo (o tipa) sia chi avrà il posto accanto al mio, che idee avrà colui o colei con cui magari scambierò due chiacchiere. Non so l’umore del tassista che mi accompagnerà e mi riporterà in stazione. Sono sicuro che arriverò comunque puntuale e che e riuscirò a sentire il profumo della primavera che è ormai alle porte.

2017-02-07T15:34:54+01:00