Il cambiamento di rotta

Cambiare rotta economicaDiciamocelo pure: la manovra recessiva adottata dal precedente Governo dei Tecnici, sulla scia di una politica all’insegna dell’austerità condivisa con gli altri Stati Membri dell’Europa, non ha prodotto alcun beneficio, al contrario, ha innescato un effetto devastante in termini economico-sociali.

Oggi in Italia sono quasi nove milioni le persone oggi senza lavoro (fonte Ires-Cgil).

Secondo i dati ISTAT, il mercato del lavoro registrerà quest’anno un ulteriore incremento del tasso di disoccupazione (+1,2 punti percentuali rispetto al 2012) raggiungendo il valore percentuale dell‘11,9%.

In assenza di un cambiamento di rotta il tasso non smetterà di crescere e potrà toccare il 12,3%. L’agenzia di rating americana Moody’s ha rivisto al ribasso la nostra stima di crescita con una stima di contrazione del P.I.L. (Prodotto interno Lordo) dell’1,8% a fronte dell’1,0% stimato precedentemente. Il sistema bancario è debole e il credito, soprattutto per le piccole e medie imprese che sono il “motore di crescita economica” del Paese, è ancora limitato e costoso.
I provvedimenti che l’opinione pubblica progressista attende dal nuovo governo sono concentrati in due parole che si ripetono costantemente: “aiuti” e “sostegno”. Si auspica una rendita minima di cittadinanza per chi è senza lavoro, la riduzione della pressione fiscale all’imprese, il taglio definitivo delle nuove imposte introdotte dal precedente esecutivo ma un piano programmatico per la ripresa economica, per il breve e per il lungo periodo non è ancora stato delineato. Il fatto è che nel frattempo gli scenari economici sono cambiati rispetto a prima della crisi. Le regole del gioco che guidano i mercati sono già diverse e il resto del mondo viaggia a una velocità differente da quella che noi pensiamo.

Già solo questa riflessione è sufficiente per poter dubitare che gli aiuti e i sostegni a livello economico e sociale, così proposti, siano sufficienti per fronteggiare la crisi. Forse tamponeranno per qualche mese la situazione attuale ma non affronteranno questa grande crisi.
Per prima cosa il potere d’acquisto e la geografia delle popolazioni “portatrici di moneta” sono cambiati.

La globalizzazione ha già prodotto degli effetti dirompenti sugli equilibri dei mercati economici e finanziari dei paesi avanzati.

Prima della crisi, quando si parlava di globalizzazione si pensava che questo fosse un argomento da salotto che non potesse toccare così drasticamente le nostre imprese e potesse condizionare il nostro modo di vivere. Occorre adesso riflettere sul fatto che negli ultimi dodici anni le aree più dinamiche in termini di crescita del P.I.L. sono state quelle dei paesi emergenti, in particolare il gruppo del BRIC, ovvero Brasile, Russia, India, Russia, Cina, più Corea e Messico con una crescita media del superiore al 6,2%. Il resto dei paesi dell’Asia è cresciuto con un tasso del 5,3%. Fra meno di dieci anni Cina India, Russia e Brasile detteranno il 60% del P.I.L. mondiale.

Questo significa che consumatori delle economie emergenti saranno nella condizione di poter raddoppiare la loro capacità di spesa rispetto a quelli delle economie occidentali. Nella sola Cina, ad esempio, se oggi esistono circa 100 milioni di cinesi benestanti, si stima che nel 2020 (fra sette anni !) si potrà contare su una classe media di circa 400 milioni d’individui.
Mentre stiamo alla finestra ad aspettare che “qualcosa cambi” ci sono in atto cambiamenti strutturali in corso che lasciano intravedere una fase di transizione a livello mondiale verso nuovi equilibri economici globali destinata a durare anni. Questo nuovo scenario presenta però delle opportunità che possiamo e dobbiamo assolutamente cogliere.

Più che “attendere” c’è da fare qualcosa e presto. C’è la necessità di mettere rapidamente in campo efficaci strategie d’internazionalizzazione per la nostra economia e le nostre imprese al fine di sfruttare la crescita dei mercati emergenti e fronteggiare allo stesso tempo la stagnazione di quelli a più alto reddito pro-capite. Però questo non basta.

Occorre che i nostri imprenditori della Piccola Media Impresa inizino a “crescere”, abbandonino quella mentalità così spesso “provinciale”, autoreferenziale e conservativa e inizino da subito, con molta umiltà e rigore, a strutturarsi per poter affrontare adeguatamente il mercato export. Per le imprese famigliari in procinto di affrontare un ricambio generazionale dobbiamo anche auspicare che le nuove leve, la nuova linfa che subentra alla guida delle aziende fondate dai papà, dai nonni, guardino al business si osserva una foresta e non un singolo albero. Inizino con l’imparare le lingue straniere, esplorare e analizzare nuove aree di business, studiare le abitudini e i bisogni dei nuovi clienti potenziali esteri, differenziare i prodotti e adeguare le tecnologie in funzione dei nuovi mercati e investire di più, molto di più nella loro formazione e in quella dei loro collaboratori. In sintesi dirottare la prua della barca (dell’azienda) al di fuori dei confini nazionali con l’obiettivo di fare impresa.

2017-02-07T15:34:53+01:00