Il capitale che non circola

Capitale che non circolaL’anno scorso di questi tempi non si parlava d’altro.

Lo “spread” cioè la differenza del tasso d’interesse tra i nostri titoli di stato (BTP) e quelli tedeschi (Bund) è stato per mesi il nostro incubo quotidiano. La parola “spread “ si usava in tutte le salse nei notiziari di radio, TV, sul web e nei talk show. “Una nuova impennata dello spread….” citavano i titoli di cronaca. Parlare di BTP e spread, diciamocelo, faceva anche un po’ fico.
Questa incessante attenzione è finita per far passare inosservato il vero problema che ha causato e affligge tuttora la nostra economia: il capitale circolante.

Sì perché la causa che ha messo in ginocchio le nostre imprese è stata l’improvviso arresto del finanziamento del capitale circolante. Tecnicamente il capitale circolante è quella parte del capitale necessario allo svolgimento dei cicli produttivi (materie prime, semilavorati, spese generali) di un’impresa.
Conosciuto anche come “working capital” esso è quel denaro disponibile per finanziare l’attività corrente di una qualsiasi sistema economico.

Nella contabilità di una famiglia lo si può pensare a quel “giro di denaro” che finanzia le spese domestiche di prima necessità. In un’impresa, è calcolato sommando i crediti commerciali con quello delle scorte e sottraendo a questo i debiti commerciali costituiti principalmente dai fornitori.

Comunque lo misuriamo, il capitale circolante è un po’ come la benzina per la macchina: senza questa, l’auto non si muove così come l’azienda non produce.
Le banche rappresentano per le aziende un’importante fonte di ossigeno per il loro funzionamento. Esse possono offrire strumenti di finanziamento a breve termine in grado di soddisfare le necessità scaturenti dalla gestione corrente.

Ovviamente tale supporto è subordinato a una valutazione delle capacità dell’impresa nel produrre flussi di cassa e dall’equilibrio della sua situazione finanziaria e patrimoniale.

Bene, quel che è iniziato due anni fa è che, mentre l’attenzione generale era concentrata sullo spread, le banche, per una serie di ragioni, hanno ridotto e in molti casi cessato di finanziare le imprese. In pratica è come se improvvisamente tutti i benzinai avessero chiuso le pompe di benzina e lasciato le autovetture in circolazione completamente a secco, ferme per la strada. Pochissime aziende erano preparate a questa situazione.

Le PMI italiane, infatti, rispetto a Germania, Francia e Inghilterra hanno la caratteristica di fare molto uso (spesso abuso) di indebitamento. Soprattutto quello bancario.

Questo nuovo scenario ha contribuito a creare uno sconquassamento nel nostro “sistema impresa”. Si è instaurato un nuovo paradigma economico che (purtroppo) è ancora vivo e vegeto: l’azienda “A”, dovrebbe “teoricamente” incassare i suoi crediti a una certa scadenza concordata e, nell’attesa di ricevere l’attesa “liquidità” dal momento in cui non può più contare sulla banca per il suo fabbisogno di liquidità, essa si trova costretta a ritardare il pagamento al suo fornitore “B”, in il denaro destinato a “B”, viene dirottato, per esempio, per pagare gli stipendi di “A”. In questo caso è il fornitore “B” a fungere da “banca” al suo cliente “A”. Così facendo, anche il fornitore “B”, non ricevendo il pagamento del credito del suo cliente “A” e non potendo contare a sua volta sul supporto della banca è a sua volta costretto a comportarsi nello stesso modo con il suo fornitore. Si innesca così un processo continuo lungo tutta la catena di fornitura in cui il denaro non circola più, si fatica a incassare i soldi dai clienti, le banche non coprono sufficientemente le esigenze di liquidità delle imprese le quali, dapprima iniziano con il ritardare i pagamenti, poi iniziano con il licenziare il personale e subito dopo vanno dritte a gambe all’aria.

Questo è quello che è successo.

A soffrirne sono state principalmente le PMI (Piccole Medie Imprese) che costituiscono lo zoccolo duro dell’economia del nostro paese e quelle, come già detto, più esposte con le banche. Specie quelle che hanno avuto come cliente la pubblica amministrazione, cioè lo stato, che è uno dei peggiori pagatori in circolazione.

Perché in Italia lo Stato aumenta la pressione fiscale alle imprese, acquista beni e servizi dalle stesse ma non le paga, perché per farlo ci vuole l’approvazione di un decreto legge.

La pubblica amministrazione ha così accumulato debiti verso le nostre aziende per oltre 90 miliardi di Euro e adesso, lo Stato, sta tentennando per approvare un D.L. che, se va bene, rimborserà loro solo 2 miliardi. Il resto si vedrà.

E nel frattempo chi finanzia le aziende? Buio totale.

2017-02-07T15:34:53+01:00